
Basterebbe il titolo secondo molti, Milano, bene e qui che fai?Che schifo Milano, che postaccio, oddio Milano brrrr, non ci vivrei mai, e così via. I commenti su quanto ci sia di male a Milano si sprecano.
Di passaggio anche qui tra strade vecchie e nuove, tra un caffè e un aperitivo, nascono importanti pensieri con chi Milano la vive davvero.
Grandi parchi e giardini passano spesso inosservati a chi è solo di passaggio, così come i tanti terrazzi verdi, appannaggio esclusivo di banche e assicurazioni ma comunque osseervabili da chiunque alzasse lo sguardo un po’ più in su e si azzardasse a chiedere all’ingresso di poterli visitare.
Passano inosservati i grandi alberi dei viali e i tanti giardini interni pieni di Aucube e Aralie che anche in queste condizioni sanno regalare foglie variegate e allegre bacche rosse.
Lungo i navigli, orde impegnate a ingozzarsi di buffet e cocktail, dimenticano di osservare le acque di questi importanti canali, che ripuliti anno dopo anno, stanno ritrovando la loro antica bellezza riempiendosi di piante acquatiche e piccoli pesci.
Il dubbio nasce proprio qui davanti un tavolo, se Saja è un progetto autarchico, di Decrescita e autoproduzione, di autosufficienza e autonomia, quando un giorno non ci saranno più arance da mandare in giro per l’Italia tra amici e simpatizzanti, questi ultimi come faranno?
Chi rifornirà di buone arance rosse naturali gli amici che a Milano rimarranno, che ci cresceranno una famiglia e la considereranno “casa”.
Qui salta fuori l’importante differenza traa un Progetto e un’Azienda.
Se facessimo un progetto di riforestazione in India o in un qualsiasi paese povero, provando a finanziare il progetto principalmente con la vendita dei prodotti dei contadini e degli artigiani locali, qualora il Progetto fosse stato ben studiato e ben organizzato, nel giro di qualche anno non ci sarebbe più bisogno di finanziare il progetto perchè le comunità locali avrebbero raggiunto un livello economico e uno stile di vita tale da non dipendere strettamente da aiuti esterni.
Perchè ciò che sembra logico rispetto ad un paese povero e lontano non dovrebbe essere altrettanto valido in un contesto difficile come il nostro Sud.
Le statistiche danno un quadro abbastanza sconfortante dell’agricoltore medio, 68enne, interessato solo al guadagno piuttosto che alla cura della terra e di chi ci lavora, con poche conoscenze reali in campo agricolo, dipendente dai consigli di agronomi cacciafondi e consorzi agrari affezionati all’industria chimica. Poco dinamico ma mafiosamente furbissimo a modo suo, fà le lavorazioni ordinategli dal mercato, o meglio, dal compratore grossista, il vero padrone dell’agricoltura, che fà il buono e il cattivo tempo con il suo sguardo severo e malevolo al momento di quantificare il valore di un raccolto.
La campagna diventa così un hobby da pensionati, che per passare il loro tempo, sfuggire al caos e forse provare ad arrotondare, avvelenano inconsapevolmente le loro terre con concimi e diserbanti, le inaridiscono tratturandole continuamente e distruggono la fauna locale con antiparassitari a largo spettro. Se poi passa un coniglio, Bum!
Davanti questo spettacolo tragico, un progetto come Saja sembra quasi utopistico.
Chi si interessa di campagna se non con fini da grandi affaristi e imprenditori in Sicilia? Chi si interessa delle migliaia di ettari lasciati all’incuria di tecniche agronomiche obsolete viziate da anni di contributi e sovvenzioni? Chi pensa a ridare alla natura lo spazio che merita?
Putroppo pochissime persone hanno la sensibilità di guardare allo spazio agrario come ad un luogo umano e al contempo naturale; e tra quelle che ci riescono,, poche hanno poi la possibilità di prendere posizione e dedicare parte del proprio tempo e delle proprie energie alla ricerca di un fazzoletto di terra da salvare.
Noi così come altri in giro per il mondo, vogliamo crederci e provarci, e come loro non chiediamo l’elemosina per sopravvivere, ma un contributo per accelerare il processo di rinboschimento.
Alla fine, chi manderà le rosse arance a Milano? Sicuramente continueranno ad arrivarne come sempre, la maggiorparte dall’agricoltura chimica convenzionale, sempre più dalle varie aziende biologiche, e magari una piccola parte, tra amici e conoscenti, continuerà a girare da altri piccoli progetti che come Saja, decideranno di convertire sé stessi e i propri terreni per un futiro migliore!
Intanto Milano sarà sempre più verde, parte dei grandi parchi verrà dedicato a tanti piccoli orti urbani, sarebbe bello allora, immaginare i quartieri periferici, quelli dei grandi parchi e dei laghi, come allegri lotti di Sommerhaus, in cui casette di legno colorate troverebbero posto piene di piante fiori e frutti, libellule, passeri e girandole; riparo estivo di famiglie, nonnetti e viaggiatori. Mi piace pensare che anche in Italia un giorno, i cittadini vedranno la campagna come un luogo amico, vicino e disponibile, legato a teneri momenti infantili e rilassanti giornate future.
Mi lascio Milano alle spalle tuffandomi in una densa nebbia, che come in uno strano sogno mi accompagnerà fino alla prossima meta.
Un abbraccio
S.